giovedì 24 novembre 2011

Ma Dio perdonerà Silvio Berlusconi

“Perfino il Padre Eterno da cosi’ lontano/guardando quell’inferno dovrà benedire…” è un verso del riadattamento italiano, eseguito da Ivano Fossati, di una celebre canzone del cantautore brasiliano Chico Barque.
Questo considerazioni andiamo facendo a proposito del governo appena deposto dai mercati.
Il governo Berlusconi, quella strana accozzaglia di cialtroni da applauso, messa insieme diosacome, frutto di spregiudicate alchimie, di compravendite oscene, di servaggio feudale, di aste sessuali di corpi senza calore, di cortigianesimo paludato, di gagliarda ignoranza, innervatasi da un trentennio nel cuore della borghesia italiana, di superbi parvenu petroniani, allignati come piante parassitarie nelle nuove forme di aggregazione della politica, tanto lucenti e lustrate, quanto imbecilli e dispotiche.
Dio li perdonerà, non c’è dubbio. Supponiamo che, arrivati al Creatore (e ci auguriamo che questo accada quando e come più aggrada loro), Egli guarderà i loro volti emaciati, stanchi e delusi, ritratti di cocenti delusioni e nostalgie monumentali, ed elargirà loro la grazia, facendoli sedere al fianco di sante vergini inviolabili per l’eternità…poi si accorgerà che questa non è la forma del perdono che essi si auguravano e troverà loro un’altra collocazione…ma questa è un’altra storia.

Siamo poi così sicuri di volerci liberare in maniera definitiva di Berlusconi e del suo raffazzonato catalogo di bicchieri scheggiati, annaffiatoi smanicati, caraffe sbrecciate, scodelle, marmittoni sfondati? Siamo sicuri che tutto debba finire così?
In silenzio, con discrezione, con stile, addirittura!
Senza clamori, senza scandali, senza che nessuno riveli chi è l’amante di chi, o qualcun altro sorpreso a spiare le docce delle ragazze, o sputtanato per aver chiesto il pizzo alla piccola fiammiferaia. Io mi aspettavo altro da Berlusconi. Un piantillo di Fitto, la Gelmini che organizza un rogo di libri, la Carfagna che mostra le mutande, Calderoli e la sua collezione di ritratti di Hitler, la collezioni di busti di Stalin di Frattini, Scilipoti eunuco dall’adolescenza. E invece niente.
Me ne torno a casa, contrito, annoiato, malinconico.
La caduta di questo governo mi ha colto impreparato come un tramonto alle due del pomeriggio.
Ora è tutto finito.

L’unica consolazione è che adesso si verificherà, sull’altra sponda del placido e limaccioso torrentello che separa le parti politiche nel nostro paese (in cui nuota il centro post-democristiano, sia detto pure), la kilimangiarizzazione del jet-set artistico e intellettuale dell’antiberlusconismo. Vale a dire che a molta gente non resterà altra risorsa, altro talento, che ripetere il proprio autistico repertorio di invettive contro un fantasma, come Edoardo Vianello si è esibito per trent’anni in tv sempre con le stesse 3 canzonette allegre. E questa è un’ottima notizia. Il lungo elenco di scrittori, cabarettisti, giornalisti, pamphlettisti, politici, guizzi d’ogni taglia che hanno prosperato come i cravattari, come gli sciacalli del mercato nero in tempo di guerra, come gli speculatori immobiliari della città di Lecce, come un borseggiatore alla fiera dei distratti, facendo la satira (così la chiamavano loro) contro il Cav., finalmente non avranno niente più da dire, i loro genii creativi rinsecchiti e rachitici si toglieranno le lunghe palandrane che per anni hanno nascosto le loro originali diafane sagome.
Dio non avrà comunque pietà per questi ultimi.

venerdì 16 settembre 2011

Si fa presto a dire Fratoianni

In merito all’articolo apparso il 13 settembre scorso, a firma del bravo Giovanni De Stefano, dal titolo “Bello, bellissimo, praticamente Nicola Fratoianni”, voglio esprimere la mia solidarietà a De Stefano per le accuse rivoltegli di frivolezza. No, Giovanni De Stefano, che ha la faccia del bravo ragazzo, scrive cose argute, intelligenti, in bello stile, e strappa sorrisi meditabondi, non è stato frivolo e leggero; semplicemente ha detto sonore e solenni menzogne (non sapendo di mentire, beninteso).

Nicola Fratoianni, chi era costui? Cosa sappiamo di Nicola Fratoianni?

Sappiamo solo quel poco che vediamo. Uno uomo di mezza età (perché la vita media è 80 anni, e la mezza età si colloca, quindi, per logica, ai 40), smilzo, inutilmente alto, che si muove dinoccolato, giochicchiando col telefonino in maniera ossessiva. Con un imbarazzante casco di capelli, letali vettori di malattie mortali (non i capelli suoi suoi, ma i capelli in genere, lo sanno tutti), così poco istituzionali, che pare che Palese, Rocco, si sia fatto portavoce in consiglio regionale, di una proposta per assumere un barbiere a tempo pieno in via Capruzzi.

Di lui abbiamo visto solo la faccia, non sappiamo niente riguardo a tutta una serie di caratteristiche che fanno di un uomo un uomo affascinante. Come si comporta a tavola? È sano, si lava, si taglia le unghie dei piedi, si pulisce le orecchie? E con i genitori, che rapporto ha? Obbediva da bambino ai nonni? Che voti prendeva a scuola? Copiava ai compiti in classe? Ha fatto, almeno, il liceo classico? Magari era un bullo, magari ha letto quei giornaletti sporchi che circolano sotto i banchi, magari era lui che li portava in classe! Insomma, di quest’uomo non sappiamo niente!

E poi, francamente, il contesto dell’azione influenza anche il giudizio. Se, per esempio, un adolescente secchione giocasse a pallone con una selezione di pensionati con il femore rotto, sicuramente saremmo tentati di dire che quell’adolescente è un piccolo campione. Se uno che ha appena visto il film “300” dovesse raccontare le Guerre Persiane a una comitiva di ingegneri o di avvocati, potremmo dire che abbiamo di fronte uno storico del’antichità di talento.

Fatta la media delle facce che si aggirano in consiglio regionale, è naturale che un quarantenne un po’ più alto di Donato Pellegrino (P.S.I.), con qualche capello in più di Onofrio Introna (S.E.L.), qualche chilo in meno di Arcangelo Sannicandro (S.E.L.), è naturale, dicevo, che uno risulti “caruccio”, niente di più che digeribile dalle telecamere delle televisione locali. L’ultimo esempio di giudizio dato dal contesto: un ragazzo che frequenta l’Istituto Magistrale, finirà con l’essere desiderato da un certo numero di ragazzette molto superiore a quelle che gli andavano dietro nel suo quartiere; qualunque faccia abbia.

Da una fonte anonima, una gola profonda proveniente dalle fila di Sinistra Ecologia e Libertà, il partito del summenzionato, abbiamo raccolto una testimonianza choc.
Pare che il nostro soffra di calli ai piedi e indossi d’estate pedalini di spugna bianchi su zoccoli del dottor Scholl.

lunedì 15 agosto 2011

Oddio, turisti nel Salento con quelle facce un po’ così

Arriva l’estate e i salentini cominciano ad agitarsi come mosche lungo la vetrata di una finestra per l’arrivo dei turisti, magnifici esemplari di esseri umani, teoricamente gonfi dei loro denari, pronti a tutto pur di rilassarsi, ansiosi di venire a contatto con una cultura così radicalmente altra dalla loro civiltà. Circa la nostra alterità, la nostra estraneità a 500 anni di modernizzazione, bisogna dire che solo uno sfornito di nozioni geografiche riesce a immaginare che ci siano ancora terre inesplorate sul pianeta. Allora, viene maliziosamente da pensare che a questi stranieri paganti qualcuno avrà fatto credere che siamo extraterrestri; giusto per rendere il piatto più appetibile. In effetti, in questi anni, è andata in scena una farsetta sul Salento, dipinto coi pastelli tenui dell’Arcadia o con la oscura densità dei colori a olio à la Lupa di Verga. Comunque la mettiate l’immagine che diamo di noi fuori dalla nostra giurisdizione è falsata, posticcia. Ma cosa non si fa per un piatto di minestra!
Pecunia non olet, dicevano i latini e i democristiani. Il denaro non ha odore, e questo vale tanto per il modo in cui si è acquisito, tanto per le qualità di chi lo sborsa. E i turisti devono assolvere una funzione economica, mica sposare le nostre figlie. Non è affatto detto che debbano piacere per forza. Il guaio è che siamo noi che dobbiamo per forza piacere a loro.
Ora, sorvolando sul fatto che ci sono politici locali che pensano sul serio che il turismo porti la piena occupazione, in virtù del reclutamento delle giovani generazioni in qualità di camerieri super-sfruttati per due-tre mesi l’anno (con tutto il sacro rispetto per questo mestiere più che rispettabile);
sorvolando sul fatto, dicevo, che ci sono politici e imprenditori che si disperano per la carenza di posti letto, non negli ospedali, ma nelle strutture ricettive, e sono disposti a deturpare coste e piani regolatori per costruire nuovi alberghi; e sorvolando ancora sul fatto che la paccottiglia folkloristica buona per attirare i turisti ce la dobbiamo sorbire per tutto il resto dell’anno, perché branchi vaganti di autonominatisi ARTISTI hanno preso per buono quello che viene loro concesso con generosità in una sagra paesana.
Sorvolando su tutto questo, li avete visti i nostri graditi ospiti? Magari saranno brave persone a casa loro, gente assennata, magari saranno vacche bigie nella notte, tutte da mungere indistintamente, magari tutto quello che volete, però sono buffi. Si aggirano nel centro storico della città barocca e sui lungomare, spaesati o estasiati, colorati prevalentemente di cachi e havana, rigorosamente in pantoloncini corti. Scusa, amico bergamasco, ma quando abbiamo acquisito il diritto di contemplare i tuoi polpacci suini e albini?
Comunque, se una carrellata di tipi umani va fatta, questa non può non cominciare dalla coppia di giovani intellettuali sinistrorsi. Lui magro, altezza media, non porta la barba, ma nemmeno si rade. Assegnista all’università, porta baffi e pizzetto da impavido moschettiere, in realtà vuole assomigliare un po’ a Lenin e un po’ ad Achille Occhetto, maglietta a tinta unita, Repubblica infilata nel tascone degli shorts verde militare, e una guida turistica impegnativa con citazioni di De Martino e Pasolini. Lei, più ossuta del fidanzato, indossa un leggero vestitino bianco a fiorellini, un cappello a falde larghe con nastro color lavanda, ha le ascelle depilate e le lentiggini; ha il compito di consultare lo stradario e di parlare, parlare, parlare.
Il versante opposto della nostra breve descrizione è occupato dalla comitiva di “occupanti leghisti”. Una torma di omaccioni e di virago, che camminano fieri, come un coraggioso manipolo che effettua un sopralluogo nelle terre di recente conquista, come i tedeschi della Wermacht. I loro calzoncini sono bianchi, le camicie a fiori e inforcano tutti lo stesso paio di Persol. Non hanno guide turistiche e cartine e mappe, per le loro note preclusioni ideologiche e religiose verso la lettura. Si affidano a una guida indigena, alla quale rivolgono domande sul cibo e i ristoranti più a buon mercato. Parlano tutti tassativamente ad altissima voce, per ostentare la loro parlata e stabilire una giusta distanza tra loro e la gente del posto. Come se ce ne fosse bisogno! Come se la differenza non si avverte già dalla loro pelle completamente desquamata, all’apparenza reduce da un bombardamento al napalm, incapace di sopportare il sole meridiano.
Poco sopra al branco di leghisti, che occupano una posizione reddituale media, ci sono i ricchissimi. Capitano a Lecce per un giro veloce, mentre la barca li aspetta attraccata a Gallipoli, e passeggiano languidi e disinvolti con la giovane amante. Sono visibilmente iscritti al PdL e i moncherini che portano al posto dei pantaloni hanno vistosi colori pastello. Non urlano, però. Sussurrano alle orecchie delle loro giovani compagne.
Speculare a questo tipo umano c’è il ricco progressista. Il giornale sottobraccio, polo Lacoste, compagna d’ordinanza di soli 10-12 anni più giovane, volto pieno di bonomia e di condiscendenza verso il principio, solo teorico, della tassazione progressiva. Lo distingue dal suo collega del PdL il fatto che è in affari dentro il PD, che la partner ha un aspetto meno rumoroso, e che la sua voglia di scambiare quattro chiacchiere coi locali è animata dalle migliori intenzioni. Si informa, entra, tocca, compra. A differenza del suo omologo cetuale di destra ammira estasiato opere di artigianato locale e non ha l’ansia di fare prestigiosi acquisti in qualche boutique d’alta moda. Cosa che invece accade all’altro, obbligato a fare una capatina nella City, presso P.zza Mazzini.
Fuori dai confini della città si annida un altro bel po’ di varia umanità, riversatasi, assetata di tranquillità, in pittoreschi borghi a pochi passi dalle più esose località estive. Questi “borghi” hanno salvato un paio di Km quadri di centro antico, tenuto in piedi per le necessità evocate in apertura, mentre i locali imprenditori si danno da fare, di lì a poche centinaia di metri, a cementificare ogni anfratto rimasto libero.
Al turista di provincia bisognerebbe dedicare uno spazio proprio e distinto dall’acquerello di oggi. Cito solo tre tipi in particolare, in attesa di poter dedicare lo spazio che questa sotto-categoria merita: i punkabbestia, le coppie di zitelle tardone e l’emigrante in ferie.
Alla prossima.

giovedì 4 agosto 2011

L’incubo delle spiagge, palestre a cielo aperto

Io odio la spiaggia. Per un motivo soggettivo, sono stato cresciuto come un sassolino in mezzo agli scogli e su questi mi muovo con l’agilità di un gatto. Forte di questa abilità, col tempo, ho aggiunto a una naturale, infantile, familiare predilezione, l’avversione per la spiaggia a causa:
-della sabbia che ti s’infila in ogni anfratto;
-la ristrettezza degli spazi concessi alla fruizione gratuita e di conseguenza:
-la ressa infernale in qualsiasi fascia della bella stagione;
-la stupefacente esibizione di sé che danno uomini e donne a contatto con quella materia finissima, esile, evanescente, detta sabbia (rassomigliante ancestralmente ai loro cervelli);
-i traumi delle notti di S. Lorenzo, passate all’addiaccio, coperti dalla fuliggine del falò, e con le scarpe piene di sabbia inamovibile per i successivi tre anni (anno di dismissione delle stesse).

Con l’arrivo dell’età adulta, può succedere che uno cambi gusti e opinioni. A me è restata la vecchia antipatia, con l’aggiunta di nuovi pretesti per nutrire questo corroborante sentimento. Anzi alcune ragioni, prima forti, ora si sono indebolite, e vecchie simpatie si sono cambiate in franca detestazione.
Provate voi ad andare su una certa spiaggia dell’Adriatico, Frassanito, per la precisione, e vi renderete conto di cosa sto parlando.
• Piccola premessa: Frassanito è una ridente località sita tra Torre S. Andrea e i Laghi Alimini. A ridosso o all’interno della pineta vi sono alcuni campeggi, che hanno la virtù di ospitare un turismo dimesso, parsimonioso, un poco arrangiato. A queste condizioni, i giovani accorrono in massa, soprattutto i giovani che amano la vita spartana e la natura. Qui cominciano i dolori.
Frassanito è infestata dai frikkettoni. Non i punkabbestia, che qualche anno fa si sono presi sonore pizze in faccia dai locali per il loro fare un po’ sbrigativo e scortese e (molto) poco igienico. I frikkettoni si trovano nel gradino immediatamente superiore…ma rompono il cazzo uguale.
• Altra piccola premessa: Frassanito, abbiamo detto, è una località più a buon mercato di altre. Così se sei una persona normale, senza un grosso conflitto coi tuoi genitori, e quindi non sei frikkettone), ma non hai un euro, pensi di andare anche tu a Frassanito.
Ma come, starete pensando (soprattutto voi, frikkettoni, che siete di mente sveglia), non dicevi che preferivi la scogliera? Bravi! Ma metti caso che i tuoi amici vanno tutti in spiaggia. O metti caso che in spiaggia ti ci porta una donzella. O metti caso che, per trovarne una, vai in una spiaggia con un accettabile tasso di proletarie che la danno anche a un morto di fame come me. O metti caso che vado dove mi pare. Che faccio non vado in spiaggia?
E allora, andiamo a ‘sta cazzo di spiaggia.
La prima impressione che hai è di essere in una gigantesca palestra all’aperto, che si estende fino al mare, anche oltre i confini delle acque territoriali.
Cominciamo da lontano. All’orizzonte ci sono i super-men (non frikkettoni) che praticano la pletora più sconfortante di acrobatici e funambolici sport acquatici. Anche se spero ugualmente che se li mangiano vivi gli squali, costoro non danno troppo fastidio. Se però stai nuotando al largo, lontano dal piscio degli infanti, rischi di beccarti una rasoiata da una moto d’acqua, o di romperti la testa con l’asta di un wind-surf, scivolata di mano a un neofita.
I primi 7-8- metri già sono più pericolosi. Ci sono calciatori e pallavolisti scatenati, che si scagliano pallonate manco fossero Holly e Benji. Per fortuna le troppe canne fiaccano le loro forze, e neanche i fresbee costituiscono un rischio eccessivo. Sono sempre molesti come un venditore ambulante di immaginette sacre, ma non rischi la vita.
Il problema vero è la battigia. Qui si concentrano le creature più stolte della storia del genere umano: i giocatori di racchettoni. Con palle da tennis, appesantite dal contatto con l’acqua (ma che dico appesantite, rese letali), passano pomeriggi interi in una specie di trance da scambio tennistico. Splock…splonck…stunf…stung. Rincoglionisco io che ascolto da una certa distanza, figurati loro. Più ferali delle palle, sono le racchette di legno e i loro manici. Li brandiscono come spadoni in battaglia, noncuranti del passaggio dei bimbi, che arrivano giusto all’altezza del loro braccio, pronto a sferrare un rovescio formidabile. Insomma quelli coi racchettoni sono dei coglioni fatti e finiti.
La messa a repentaglio dei crani dei passanti non è un fatto sporadico, e quando fanno correre concretamente il rischio, non battono ciglio. Di più! Dal momento che sono in vacanza e sono perpetuamente fatti di erba, la racchetta vischiosa gli può scivolare dalla mano bagnata e finire dritta nei denti di qualche altro innocente. Ma loro sono imperturbabili.
Bisogna trovare un rimedio. E un semplice divieto per editto disattento non è sufficiente.
Si potrebbe costruire dei mega-alberghi al posto della pineta e cambiare i connotati del turismo nella zona.
O dispiegare l’esercito per far rispettare un espresso divieto, munendo i militi di seghe elettriche…

sabato 16 luglio 2011

Qualunque cosa fa, a Nichi gli tirano le pietre

 A volte mi sembra che le dichiarazioni di Nichi Vendola siano, per un pubblico snob e di bocca buona, il corrispettivo dei casi di cronaca nera più celebri, per l’oscura plebaglia che segue Salvo Sottile su Merdaset. Intorno alle dichiarazioni del povero governatore di Puglia c’è la stessa morbosa attenzione. In questi giorni si è scatenata una canea rovinosa sull’affaire “compagno sì, compagno no, compagno un caz”. Ma tanto la musica non cambia da anni.

Se va al mare con l’uccello di fuori o se afferma che in fondo Pol Pot non era questo stinco di santo. Se gli scappa detto che i gay hanno il diritto di allevare figli o che Israele ha dissodato il deserto e creato una fiorente economia. Se ricorda la sua infanzia o riflette sulla sua storia politica, se partecipa a uno spettacolo teatrale, o finanzia il nemico giurato di questa o quella puttana di corte del jetset culturale. Comunque da qualche parte c’è un mormone che annuncia l’imminente fine del mondo per mano di Nichi Vendola.

Intendiamoci, un uomo pubblico ha messo in conto che le cose che dice siano sottoposte al vaglio dell’opinione pubblica. Lo spera, anzi, sennò è come se non esistesse. Croce e delizia della politica e dell’arena mediatica, saggezza e malinconia, lentezza e scavo intellettuale non sono fatti per il surf sulle coscienze. Come andare con un libro di Camus o Musil in spiaggia, mentre l’imbecillità, incarnata in qualche energumeno coi capelli e le fibre muscolari stressate, si pavoneggia alle prese con gli sport acquatici più demenziali, inventati dai creativi della Cia per tenere lontani gli esseri umani dal pensare; e, frattanto, i culi più notevoli della costiera adriatica (che ovviamente non hanno mai partecipato a una riunione del “Kollettivo: il Comunismo è una Rottura di Balle”) li ammirano estasiati.

Il paragone con l’ecosfera dello stabilimento balneare serva per spiegare a Nichi che se ne deve fregare assai delle tirate moralistiche dei bagnini fermi sulla battigia. Perché qui sta il problema, qui sta il senso di stanchezza che ti coglie quando apprendi della sistematica indignazione che travolge l’uomo del destino della sinistra italiana. Non è dunque il sacrosanto vaglio critico della ragione comunicativa, ma la rottura di coglioni di quelli che pensano che Nichi avrebbe dovuto dire questo o quest’altro, piuttosto che dire quello che ha detto. Ma fermatevi, e fate quello che non vi riesce di solito: fate qualcosa di imprevisto (poi aspettate che anche la vostra partner abbia un orgasmo) e riflettete sull’esistente! Vi convince? Bene. Vi delude? Bene uguale. Rivolgetevi a qualche altro negozio.

Tutti pazzi per Nichi. In due ore di assedio mediatico di un giorno qualsiasi, che Dio ha mandato sulla Terra, il nostro è capace di scontentare progressisti e conservatori, anticlericali e papisti giobertiani, rivoluzionari ortodossi, che non trovano più il modo di riparare la macchina del tempo e tornare negli anni ’50 (il tempo da cui sono arrivati fino ai giorni nostri), e i moderati, i quali data la loro posizione, sono sempre mezzo soddisfatti e mezzo delusi, mezzo accontentati e mezzo frustrati.

Caro Nichi, il giorno che risponderai alla pioggia di fastidiosi rilievi e appunti da secchione che ti vengono rivolti; il giorno che a tutta questa fragorosa sinfonia di scorregge risponderai con un sonoro, riflettuto, ben scandito, ininterpretabile “e ‘sticazzi”, sono convinto che da un angolo della sala sorgerà un lento ma convinto applauso. Un applauso fermo e schioccante, che mano mano si estende a tutti i presenti, contagia i posti in piedi, e inonda anche quelli che sono rimasti fuori. E a un certo punto, senza saper spiegare come sia successo, le strade saranno invase da uno sconfinato corteo di persone comuni che sfilano per difendere se stessi in nome dell’amore.

sabato 18 giugno 2011

E ora gli elogi di Benigni alle lumache salentine

Ormai lo abbiamo capito. Roberto Benigni puoi invitarlo a qualunque iniziativa, e lui consumerà tutto il suo corpo in un elogio smisurato e incondizionato del…tutto…o del nulla. Non è un caso se tutte le “sagre tipiche dellu Salentu” hanno prenotato un siparietto del comico toscano per rilanciare il proprio prodotto.
Immaginatelo alla “sagra della municeddha” a proclamare la bellezza e la santità della lumaca salentina, simbolo e allegoria della succosa lentezza delle genti rurali. Oppure alla “festa del fagiolo culli spunzali”, che traduce l’espansività festosa dei leccesi in un avvolgente concerto di scorregge e rutti da reflusso gastroesofageo.
È dura essere un vate post-moderno. È durissima cercare di non spiacere a nessuno. Coltivare e conservare caparbiamente questo obiettivo può portare solo a non dire un cazzo di niente. Certo, con Benigni ci si è trovato davanti a un effetto collaterale inaspettato quanto indesiderato: chi lo avrebbe mai detto che la sua Sindrome da Compiacimento Milionario avrebbe comportato che si metteva a commentare la Commedia dell’Alighieri?

Dopo la perfomance sanremese sulla patria, dal sapore un po’ meno che fascista, un po’ più che retoricamente nauseante, ieri è arrivato sul palco della festa per i 110 anni della Fiom. E ovviamente, da guitto compiaciuto della propria destrezza nel maneggiare le parole, non si è risparmiato di propinare il solito canovaccio sull’amore universale. Per fortuna c’è la crisi e il sindacato dei metalmeccanici si è potuto permettere solo una diecina di muniti di monologo.

dieci minuti di una appassionata serenata al lavoro. La solita tiritera sul lavoro che emancipa, che rende più belli, che distende la pelle, le cui proprietà vitaminiche impediscono la formazione delle zampe di gallina e l’insorgere della calvizie. Il lavoro che rende intelligenti e migliora le prestazioni sessuali grazie alla crescita del pene maschile.

Allora ieri, mentre sperperavo il tempo davanti al televisore, ho capito finalmente che Roberto Benigni ci prende per il culo. Potevano, tanto per dare al comico nazionale una dimensione plastica e tangibile di ciò che andava dicendo, mettergli alle spalle una squadra di operai proveniente da settori diversi dell’industria: qualche minatore sardo, qualche addetto alle fornaci dell’Ilva, una spruzzata di portuali livornesi, magari due o tre lavoratori di una ditta di vernici, muratori e carpentieri, giusto per gradire. Eccoli, tutti in fila con le possenti braccia conserte, con le nodose dita che tamburellano in attesa che arrivi il loro turno di parlare. Parlare per rispondere a una domanda, che l’entusiasta generale non ha la decenza di fare: cari voi, quanto è bello il vostro lavoro, quanto vi libera, quanto vi fa la pelle liscia o vi fa crescere il pisello?

Va bene, lavorare è necessario, se vuoi mangiare devi andare a farti spezzare la schiena in qualche posto, e se sei fortunato, puoi trovare buoni compagni di lavoro e un sindacato di gente perbene e cazzuta come la Fiom. Ma che sorpresa, quando pure dalle parti del sindacato più tosto d’Europa viene permesso a qualcuno di diffondere l’appello ad aderire alla versione-paccottiglia dell’idea di lavoro spacciata dai padroni.

sabato 28 maggio 2011

Il popolo (è) bue – Parte seconda

E va bene, lo ammetto, il pezzo sul popolo bue era solo una scusa per parlare male dei giornalisti. Anche i riferimenti a Gesù di Nazareth o ai pogroms erano piuttosto pretestuosi. In realtà, in tutti i casi, una più accurata ricognizione storica ci può raccontare della irresponsabilità delle classi dirigenti e dei suoi manutengoli. Eccetto che per i fans di Mino Reitano e dei Negramaro, le persone sono in grado di compiere scelte razionali e di buonsenso. Sono i governanti che aizzano facili odii e radunano branchi efferati di aguzzini.

Una volta smaltito il mio senso di colpa per aver fatto una generalizzazione impropria, ritorno alla mia abituale scuola di denigrazione, prendendomela con una tipologia antropologica per volta: oggi è il turno dei giornalisti DE sinistra+loro lettori affezionati. E la mia lectio denigratoria prenderà le mosse da un brano tratto da Repubblica di sabato 28 maggio 2011 a firma di Filippo Ceccarelli (“Su Facebook gli italiani chiedono scusa a Barack per il Cavaliere spudorato”). Il canone letterario della “Irresistibile Requisitoria Ultimativa Contro Silvio B.” ha ormai fatto il suo tempo, ripropone sempre gli stessi ingredienti (la stessa patetica scansione di indignazione/qualunquismo/confusione intellettuale/assenza di prospettiva politica), ha perso tutto lo smalto. Come ogni sequel, dunque, delude. Come ci hanno deluso le imitazioni di Pierino, e le parti II dell’Allenatore nel Pallone e Febbre da Cavallo.

A un certo punto del pezzo, il nostro tardo-anti-berlusconiano scrive: “Tornano in mente lo strillo davanti alla regina Elisabetta, i complimenti fuori luogo a Michelle Obama, le spiritosaggini da playboy con la presidente finlandese, le disquisizioni sulla bellezza della conquista femminile davanti a Zapatero, il mimo di un fucile mitragliatore rivolto a una giornalista russa, un leggio clamorosamente abbattuto alla casa bianca per andare ad abbracciare Bush, la richiesta in diretta di numero telefonico a una graziosa annunciatrice di una televisione del Maghreb”.

Verrebbe da chiosare con un solenne e ben scandito: “e sticazzi?”. Scusa, Ceccarelli, ma di cosa stai parlando? Tu, e quei cretini che hanno chiesto scusa a nome dell’Italia a un tale che amano solo perché è un uomo di colore stranamente potente, ma che per le sue innumerevoli cazzate non ha mai chiesto scusa a nessuno, di che cosa state parlando? Niente da fare, questa è una tipica manifestazione della S.T.S.S. (Sindrome Tricologica da Superficiale DE Sinistra).

Tutte le gag menzionate sono sciocchezze senza importanza, che solo il conformismo da processione di questo paese può mettere negli annali della vergogna. Altri più saggi dimenticherebbero dopo pochi secondi. Anche gli avversari più accesi, solo se saggi e con qualcosa da dire. Ma la sinistra popolare di questo paese, che si riempie la bocca di parole d’ordine prive di significato come “noi semo la ‘bbbase” e “volemo er ricambio ‘gggenerazzzionale”, accompagna feretri quando fa politica, e se diventa stranamente allegra vuol dire che ha bevuto Tavernello mischiato a hashish tagliato con la crema di scarpe, e in capo a un paio d’ore starà male peggio di prima.

Non sorprendiamoci se poi Giuliano Ferrara tira fuori una storia tipo: “Silvio è il San Francesco della modernità. Riscopre il potere del riso, dissacra la pompa lugubre dei pre-potenti, invita alla gioia e alla vita”, e cose di queste genere. Se qualcuno me lo chiede, HA RAGIONE FERRARA! HA RAGIONE FERRARA!

P. S. e fu così che anche stavolta, per andare appresso alle innocue amenità di un coglione coi soldi, che non fa male a nessuno, ci siamo persi una cosa che valeva la pena denunciare con tutta l’energia che voi, intellettuali con la S.T.S.S., utilizzate solo per un paio di corna in una foto di gruppo: Borghezio, quell’otre gonfio di merda, ha definito Vladic, il macellaio nazista di Srebrenica, un “eroe nazionale”. E Mladic, il macellaio nazista di Srebrenica, si è aggirato per 15 anni indisturbato per il suo paese, anche mentre l’amico degli afghani, presidente degli Stati Uniti, ma Nero, veniva premiato col Nobel per la pace. Buon sonno, compagni.

sabato 21 maggio 2011

Il popolo (è) bue – parte prima

Popolo-bue è un’espressione intorno alla quale non faccio grosse obiezioni. Figuriamoci! Se non fosse che il bue, essendo un animale privo di autoriflessività, non può non fare quello che fa. Cioè niente di particolare. Asseconda solo i propri istinti. In realtà, l’uomo è una creatura peggiore e abitualmente cede alle peggiori tendenze racchiuse dentro di sé, andando ben oltre il mandato biologico assegnato al resto delle creature prive di coscienze.

Per avere una riprova di quanto dico, basta andare velocemente con la mente a migliaia di fenomeni irrazionali: per dirne solo alcuni, i giochi gladiatorii e le corride, i pogroms antisemiti, i sacrifici umani delle sette sataniche, la partecipazione ai reality show, ascoltare Mino Reitano e i Negramaro. E questo è solo un piccolo saggio di una potenzialmente infinita rassegna di imbecillità.
Di solito, quando si vuole spiegare che la gran massa della gente è piuttosto stupida le menti più colte e raffinate mettono in mezzo la storia di Gesù di Nazareth e della cecità dei gerosolimitani che preferirono far crocifiggere Dio sceso in terra, salvando la vita a un manigoldo. Io leverei di mezzo questo exemplum che puzza di incenso e zolfo. In fondo che avrebbero dovuto fare i convenuti a quell’appuntamento con la storia? Se la scelta era quella tra un tipo eccentrico che si proclamava figlio di dio e un buon capo rivoluzionario e guerriero…

In tempi passati a quelli che si credevano Napoleoni veniva riservato il manicomio…a pensarci bene questa storia della auto-proclamazione della propria divinità ha sempre riscosso molto favore, tributando acclamazioni entusiaste e garantendo brillanti carriere. Vedi la storia del nostro Presidente del Consiglio che, ancora prima di prendersi beffe di quel dilettante di Strauss-Kahn, diceva di essere “l’Unto del Signore”. Forse il dispositivo psicologico che si genera nella maggioranza della gente è: “Nessuno può spararla così grossa e sperare di farla franca. Sarà vero, allora!”.

Scusatemi per la lunga digressione, ma era dovuta. Soprattutto alla luce del fatto che in questi giorni, a Lecce, delle allegre donnine che a quel tale di Nazareth dedicano la vita si stanno rendendo ridicole agli occhi dei cittadini con un po’ di sale in zucca (ma quanti saranno mai?) di questa benedetta città. Chiuso.
Torniamo a noi. Cosa volevo dire? Che il popolo è caprone. Già, ora ricordo. Ma non è che questa discussione vuole portarmi a nulla. Brecht ammoniva i rivoluzionari comunisti a non disprezzare mai il proprio popolo. Si vede che era un’abitudine abbastanza radicata tra di loro. Avranno avuto dei buoni motivi, che, però, mal si accordavano alle loro premesse antropologiche sulla naturale bontà degli esseri umani. Pensate che l’argomento sulla stupidità di intere nazioni è così fondato che insigni giuristi chiedono di istituire l’habeas mentem, vale a dire il diritto all’autonomia cognitiva, alla capacità del soggetto di controllare, filtrare e interpretare razionalmente le comunicazioni che riceve.

Qualche commentatore politico, di questi spiriti eletti anti-berlusconiani che scrivono su illuminate testate liberali, ha stigmatizzato gli impressionanti numeri dei candidati alle ultime elezioni comunali di Napoli e Milano. Immaginate decine di migliaia di semi-analfabeti che sperano intensamente di cominciare da qualche parte una folgorante carriera politica, costellata di cazzeggio e figa a buon mercato. “Ma come” osservano scandalizzati e traditi i nostri intellettuali anti-berlusconiani “ci eravamo messi d’accordo che facevano tutti schifo, tutti erano uguali, come in un film di Alberto Sordi, e poi fate comunella coi corrotti, e vi mettete in fila per entrare nella Casta?”. Vorremmo mostrare a questi giornalisti le falle macroscopiche delle loro reprimenda, ma lo faremo alla prossima puntata. Per ora, consigliamo loro, invece, di iscriversi alla lista d’attesa il più in fretta possibile.

lunedì 9 maggio 2011

Clientele di destra e clientele spelacchiate di sinistra

Aveva ragione il grande vecchio della canzone d’autore italiana, De Gregori, quando deprecava quelli che dicono “tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera”, che vogliono ottenere solo uno scopo: “convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera”. Mica sono tutti uguali, loro, i politici. Senza scomodare i teorici come Bobbio o Revelli, arrovellatisi intorno al dilemma “destra-sinistra”, c’è un terreno su cui si misura con patente evidenza che destra e sinistra nel nostro paese sono due cose radicalmente diverse.

Questo terreno è la pratica della clientela. Lungi dall’essere abbandonata con la fine della Prima Repubblica, la clientela è un campo dissodato con cura, in cui prosperano rigogliose le antiche generazioni politiche del Paese e si formano i virgulti delle nuove. E non vi disorienti il paragone con la ruralità, perché la clientela non è un luogo di arretratezza e conservazione, ma vi si applicano e si ricercano anche, sempre, le tecniche più sofisticate. E allora con la Seconda Repubblica è nata la Clientela2.0, una clientela flessibilizzata, dinamica, al passo coi tempi. Non si concedono più pensioni di invalidità a finti ciechi vita natural durante, ma si chiede l’anima dei cittadini per contratti a tempo determinato. Persa la prospettiva del posto fisso, si è passati all’accumulazione di cariche e prebende molteplici.
Torniamo, però, all’oggetto precipuo dell’analisi. Come si differenziano destra e sinistra in questa antica e sublime disciplina?

La destra, anzi il centrodestra è l’erede di una gloriosa scuola, quella democristiana: efficiente e munifica, non lascia mai indietro nessuno. Dal palo della luce elettrica pubblica danneggiato alla buca nell’asfalto da riparare sotto casa, dall’impiego al figliolo nel “Consorzio Nullità e Parassitismo” all’ingresso in una facoltà di medicina per sua sorella; dal reperimento di un posto-letto per la vecchia zia malata al finanziamento per l’impresa di pompe funebri del cugino, dal certificato di malattia al permesso di circolazione in zona limitata…etc. etc. Immaginate un qualsiasi settore della vita associata, mediato dalla burocrazia, lì troverete una chance per mettere alla prova sagrestani e scaccini dei rappresentanti del popolo. E mai nessuno è rimasto scontento dall’essersi rivolto a un politico del centro-destra per una qualsiasi ghiotta occasione di aggiramento della legge e dei regolamenti.

Il centro-destra, infatti, adotta due dispositivi fondamentali: il primo è la moltiplicazione esponenziale del concetto di “corsia preferenziale”. Tutti abbiamo la possibilità di farcene creare una su misura. Il secondo, correlato alla moltiplicazione di questa forma spuria di facilitazione d’accesso all’amministrazione, è il camuffamento dei diritti nella categoria del privilegio e del favore elargito da mani generose. Così la destra. Così stupendamente la destra.

Nel centro-sinistra la musica cambia e il volto benevolo e paffuto della vecchia volpe democristiana assume i tratti affilati e smunti del lupo spelacchiato che non mangia da settimane. Capirete bene, 40 anni fuori dal governo nazionale, rendono i sensi più vigili e l’avidità più smodata. Così la metamorfosi secondo-repubblicana ha reso gli ex-comunisti particolarmente cattivi. Ma non, come sarete orientati a pensare, con l’avversario, ma con il compagno di partito, quello che non ha mai chiesto niente, che ha provato fino all’ultimo a non accettare il pane in occasione delle distribuzioni gratuite al circo, durante gli spettacoli gladiatorii. Ecco, nei confronti di questo tipo di persone non si effettuano prestazioni. A tutti gli altri sì. A quelli col curriculum peggiore, il posto migliore.

Ma siccome sono nuovi al gioco, i politici di sinistra te lo fanno pesare, il fatto che ti stanno facendo un favore (forse e male e con mille incespicamenti). E in più sono frustrati dal senso di colpa di stare rendendo il mondo un posto peggiore, invece che perfetto, come ci si riprometteva da ragazzi. All’amabilità della carezza cattolico-popolare, si sostituisce la rigida ascesi di stalinistica memoria dell’arruolamento forzato. Ne hanno ancora di strada da fare gli ex-comunisti per scrollarsi di dosso la puzza delle vecchie federazioni!

Infine, per dovere di documentazione, vi cito soltanto e velocemente la famosa variante “laico-socialista”. Né la burbera goffaggine del funzionario comunista ricoperto di funghi della muffa, né l’untuosa e complice accondiscendenza del baciapile, che sa di saponette Atkinsons. Le strade dei socialisti erano lastricate di mani furtive e acqua di colonia. Che classe! Roba d’altri tempi, dei bei tempi andati.

domenica 1 maggio 2011

I poveracci e quelle pompe di opulenza

È andato in onda lo spettacolo più impopolare e amato che possiamo immaginare. Il matrimonio reale è la dimostrazione plastica di ciò che voglia dire “combattere la povertà”. Non nel senso di contrastarla, diminuirne l’impatto sulla biografia di una nazione. Ma nel senso di cacare con solennità sui poveracci del pianeta, e alla faccia delle loro facce brutte sporche e cattive mettere pacchianamente in mostra pompe di sontuosa opulenza.Se fossimo in qualche città manifatturiera della Polonia di fine ‘800 o nella periferia losangelina degli anni ’70 avremmo assistito a ben altro spettacolo: rivolte, disordine, rabbia, distruzione.
E allora le costose stoffe degli abiti sarebbero state simbolicamente (e forse materialmente) inondate di vomito e diarrea. Così tutta la faccenda avrebbe raggiunto un punto di equilibrio. All’ingiustizia della bellezza per pochi avrebbe corrisposto una bruttura generalizzata, la purificazione proveniente dall’abiezione che viene in superficie, senza che nulla che possa trattenerne l’impeto. Ma i tempi sono cambiati. Nessuno si rivolta più nel nord del mondo. Molti penseranno che anche nella iattura suprema di essere precari, operai o insegnanti, ti è andata sempre meglio che a quei poveri disgraziati che alle loro feste di nozze, a poche miglia da Khandahar o Misurata, possono avere i confetti a condizione che vengano lanciati dai caccia occidentali. Così l’unica rivolta alla quale abbiamo assistito è stata la rivolta muta e frustrata della povera Pippa. No, questa volta non sto parlando dei miei passatempi sessuali. Pippa è diminutivo di Philippa, sorella minore di Kate, la sposa imperiale. Pare che avesse avvelenato il roast beef e il passato di piselli verdi alla sorella, per provare a rimpiazzarla. Parola di Antonio Caprarica, che verrà ricordato negli annali del giornalismo per aver prestato una delle performance più servili e untuose mai prodotte dall’umanità, nella sua lunga storia di servaggi e meschinità. Non c’era una cosa che non gli andasse a genio. Pure la calvizie del principe gli provocava abbondanti eiaculazioni. Per tornare a Pippa, solo l’intervento di un misterioso nobiluomo italiano, qualificatosi come Barone di San Ligorio e Marchese di Borgo Pace, gran ciambellano di Frigole e valvassore di Barbarano, è riuscito a farla desistere dai suoi propositi di omicidio, con una proposta di matrimonio.

Sull’identità del patrizio salentino si è scatenata una ridda di ipotesi. Giovanni De Stefano, esperto di sangue blu nella redazione di 20 Centesimi e allibratore per hobby, molto apprezzato dai rom di Campo Panareo, di stanza presso la ricevitoria Snai di via Taranto, è convinto che le ricerche si stanno restringendo e alla fine uno tra Paolo Perrone e Mario De Cristofaro si rivelerà essere l’enigmatico gentleman.
Per tornare alla rivalsa di Pippa, voglio solo dire che merita tutta la nostra comprensione. Provate a stare al suo posto. A chi non girerebbero i coglioni, avendo così vicine la gloria, la fama e la ricchezza, e non poterle acchiappare perché tua sorella, cioè una chiavica uguale a te, ti ha soffiato il posto al cinema accanto al principe. Magari la sera in cui si sono conosciuti, lei era andata nel bagno della discoteca a fare un smack smack al barista kenyota coi dreads. E intanto le future altezze reali si scambiavano i numeri di telefono. “Onore alla Pippa sconfitta”. Ricevo e rigiro un breve comunicato stampa di solidarietà dell’Ass. Giovani Avvocatesse Leccesi.

A proposito di marchette, il mio contratto milionario a 20 Centesimi mi impone di ricordare a tutti voi che il giornale presto sbarcherà sul web. 20 Centesimi, il giornale più amato dai lettori pigri perché ha solo 4 pagine, non sarà più disponibile nelle edicole o scroccabile dall’amico che lo compra. Pigri e scrocconi potranno sfogliarlo comodamente in casa dal proprio PC. È un bel passo avanti per la nostra intrepida redazione, che punta a centuplicare lettori, inserzionisti e scrittori satirici. E se Alberto Mello fa sapere che con le nuove prospettive commerciali del giornale è pronto a fare altri 6-7 figli; e se Francesco Lefons progetta di fondare una etichetta indipendente che produce solo rock-band al femminile (anche trans van bene); la pronta reazione di Paolo Perrone non si è fatta attendere: negli uffici del Comune di Lecce, oltre al sito di Facebook, verrà oscurato anche quello di 20 Centesimi.