lunedì 15 agosto 2011

Oddio, turisti nel Salento con quelle facce un po’ così

Arriva l’estate e i salentini cominciano ad agitarsi come mosche lungo la vetrata di una finestra per l’arrivo dei turisti, magnifici esemplari di esseri umani, teoricamente gonfi dei loro denari, pronti a tutto pur di rilassarsi, ansiosi di venire a contatto con una cultura così radicalmente altra dalla loro civiltà. Circa la nostra alterità, la nostra estraneità a 500 anni di modernizzazione, bisogna dire che solo uno sfornito di nozioni geografiche riesce a immaginare che ci siano ancora terre inesplorate sul pianeta. Allora, viene maliziosamente da pensare che a questi stranieri paganti qualcuno avrà fatto credere che siamo extraterrestri; giusto per rendere il piatto più appetibile. In effetti, in questi anni, è andata in scena una farsetta sul Salento, dipinto coi pastelli tenui dell’Arcadia o con la oscura densità dei colori a olio à la Lupa di Verga. Comunque la mettiate l’immagine che diamo di noi fuori dalla nostra giurisdizione è falsata, posticcia. Ma cosa non si fa per un piatto di minestra!
Pecunia non olet, dicevano i latini e i democristiani. Il denaro non ha odore, e questo vale tanto per il modo in cui si è acquisito, tanto per le qualità di chi lo sborsa. E i turisti devono assolvere una funzione economica, mica sposare le nostre figlie. Non è affatto detto che debbano piacere per forza. Il guaio è che siamo noi che dobbiamo per forza piacere a loro.
Ora, sorvolando sul fatto che ci sono politici locali che pensano sul serio che il turismo porti la piena occupazione, in virtù del reclutamento delle giovani generazioni in qualità di camerieri super-sfruttati per due-tre mesi l’anno (con tutto il sacro rispetto per questo mestiere più che rispettabile);
sorvolando sul fatto, dicevo, che ci sono politici e imprenditori che si disperano per la carenza di posti letto, non negli ospedali, ma nelle strutture ricettive, e sono disposti a deturpare coste e piani regolatori per costruire nuovi alberghi; e sorvolando ancora sul fatto che la paccottiglia folkloristica buona per attirare i turisti ce la dobbiamo sorbire per tutto il resto dell’anno, perché branchi vaganti di autonominatisi ARTISTI hanno preso per buono quello che viene loro concesso con generosità in una sagra paesana.
Sorvolando su tutto questo, li avete visti i nostri graditi ospiti? Magari saranno brave persone a casa loro, gente assennata, magari saranno vacche bigie nella notte, tutte da mungere indistintamente, magari tutto quello che volete, però sono buffi. Si aggirano nel centro storico della città barocca e sui lungomare, spaesati o estasiati, colorati prevalentemente di cachi e havana, rigorosamente in pantoloncini corti. Scusa, amico bergamasco, ma quando abbiamo acquisito il diritto di contemplare i tuoi polpacci suini e albini?
Comunque, se una carrellata di tipi umani va fatta, questa non può non cominciare dalla coppia di giovani intellettuali sinistrorsi. Lui magro, altezza media, non porta la barba, ma nemmeno si rade. Assegnista all’università, porta baffi e pizzetto da impavido moschettiere, in realtà vuole assomigliare un po’ a Lenin e un po’ ad Achille Occhetto, maglietta a tinta unita, Repubblica infilata nel tascone degli shorts verde militare, e una guida turistica impegnativa con citazioni di De Martino e Pasolini. Lei, più ossuta del fidanzato, indossa un leggero vestitino bianco a fiorellini, un cappello a falde larghe con nastro color lavanda, ha le ascelle depilate e le lentiggini; ha il compito di consultare lo stradario e di parlare, parlare, parlare.
Il versante opposto della nostra breve descrizione è occupato dalla comitiva di “occupanti leghisti”. Una torma di omaccioni e di virago, che camminano fieri, come un coraggioso manipolo che effettua un sopralluogo nelle terre di recente conquista, come i tedeschi della Wermacht. I loro calzoncini sono bianchi, le camicie a fiori e inforcano tutti lo stesso paio di Persol. Non hanno guide turistiche e cartine e mappe, per le loro note preclusioni ideologiche e religiose verso la lettura. Si affidano a una guida indigena, alla quale rivolgono domande sul cibo e i ristoranti più a buon mercato. Parlano tutti tassativamente ad altissima voce, per ostentare la loro parlata e stabilire una giusta distanza tra loro e la gente del posto. Come se ce ne fosse bisogno! Come se la differenza non si avverte già dalla loro pelle completamente desquamata, all’apparenza reduce da un bombardamento al napalm, incapace di sopportare il sole meridiano.
Poco sopra al branco di leghisti, che occupano una posizione reddituale media, ci sono i ricchissimi. Capitano a Lecce per un giro veloce, mentre la barca li aspetta attraccata a Gallipoli, e passeggiano languidi e disinvolti con la giovane amante. Sono visibilmente iscritti al PdL e i moncherini che portano al posto dei pantaloni hanno vistosi colori pastello. Non urlano, però. Sussurrano alle orecchie delle loro giovani compagne.
Speculare a questo tipo umano c’è il ricco progressista. Il giornale sottobraccio, polo Lacoste, compagna d’ordinanza di soli 10-12 anni più giovane, volto pieno di bonomia e di condiscendenza verso il principio, solo teorico, della tassazione progressiva. Lo distingue dal suo collega del PdL il fatto che è in affari dentro il PD, che la partner ha un aspetto meno rumoroso, e che la sua voglia di scambiare quattro chiacchiere coi locali è animata dalle migliori intenzioni. Si informa, entra, tocca, compra. A differenza del suo omologo cetuale di destra ammira estasiato opere di artigianato locale e non ha l’ansia di fare prestigiosi acquisti in qualche boutique d’alta moda. Cosa che invece accade all’altro, obbligato a fare una capatina nella City, presso P.zza Mazzini.
Fuori dai confini della città si annida un altro bel po’ di varia umanità, riversatasi, assetata di tranquillità, in pittoreschi borghi a pochi passi dalle più esose località estive. Questi “borghi” hanno salvato un paio di Km quadri di centro antico, tenuto in piedi per le necessità evocate in apertura, mentre i locali imprenditori si danno da fare, di lì a poche centinaia di metri, a cementificare ogni anfratto rimasto libero.
Al turista di provincia bisognerebbe dedicare uno spazio proprio e distinto dall’acquerello di oggi. Cito solo tre tipi in particolare, in attesa di poter dedicare lo spazio che questa sotto-categoria merita: i punkabbestia, le coppie di zitelle tardone e l’emigrante in ferie.
Alla prossima.

giovedì 4 agosto 2011

L’incubo delle spiagge, palestre a cielo aperto

Io odio la spiaggia. Per un motivo soggettivo, sono stato cresciuto come un sassolino in mezzo agli scogli e su questi mi muovo con l’agilità di un gatto. Forte di questa abilità, col tempo, ho aggiunto a una naturale, infantile, familiare predilezione, l’avversione per la spiaggia a causa:
-della sabbia che ti s’infila in ogni anfratto;
-la ristrettezza degli spazi concessi alla fruizione gratuita e di conseguenza:
-la ressa infernale in qualsiasi fascia della bella stagione;
-la stupefacente esibizione di sé che danno uomini e donne a contatto con quella materia finissima, esile, evanescente, detta sabbia (rassomigliante ancestralmente ai loro cervelli);
-i traumi delle notti di S. Lorenzo, passate all’addiaccio, coperti dalla fuliggine del falò, e con le scarpe piene di sabbia inamovibile per i successivi tre anni (anno di dismissione delle stesse).

Con l’arrivo dell’età adulta, può succedere che uno cambi gusti e opinioni. A me è restata la vecchia antipatia, con l’aggiunta di nuovi pretesti per nutrire questo corroborante sentimento. Anzi alcune ragioni, prima forti, ora si sono indebolite, e vecchie simpatie si sono cambiate in franca detestazione.
Provate voi ad andare su una certa spiaggia dell’Adriatico, Frassanito, per la precisione, e vi renderete conto di cosa sto parlando.
• Piccola premessa: Frassanito è una ridente località sita tra Torre S. Andrea e i Laghi Alimini. A ridosso o all’interno della pineta vi sono alcuni campeggi, che hanno la virtù di ospitare un turismo dimesso, parsimonioso, un poco arrangiato. A queste condizioni, i giovani accorrono in massa, soprattutto i giovani che amano la vita spartana e la natura. Qui cominciano i dolori.
Frassanito è infestata dai frikkettoni. Non i punkabbestia, che qualche anno fa si sono presi sonore pizze in faccia dai locali per il loro fare un po’ sbrigativo e scortese e (molto) poco igienico. I frikkettoni si trovano nel gradino immediatamente superiore…ma rompono il cazzo uguale.
• Altra piccola premessa: Frassanito, abbiamo detto, è una località più a buon mercato di altre. Così se sei una persona normale, senza un grosso conflitto coi tuoi genitori, e quindi non sei frikkettone), ma non hai un euro, pensi di andare anche tu a Frassanito.
Ma come, starete pensando (soprattutto voi, frikkettoni, che siete di mente sveglia), non dicevi che preferivi la scogliera? Bravi! Ma metti caso che i tuoi amici vanno tutti in spiaggia. O metti caso che in spiaggia ti ci porta una donzella. O metti caso che, per trovarne una, vai in una spiaggia con un accettabile tasso di proletarie che la danno anche a un morto di fame come me. O metti caso che vado dove mi pare. Che faccio non vado in spiaggia?
E allora, andiamo a ‘sta cazzo di spiaggia.
La prima impressione che hai è di essere in una gigantesca palestra all’aperto, che si estende fino al mare, anche oltre i confini delle acque territoriali.
Cominciamo da lontano. All’orizzonte ci sono i super-men (non frikkettoni) che praticano la pletora più sconfortante di acrobatici e funambolici sport acquatici. Anche se spero ugualmente che se li mangiano vivi gli squali, costoro non danno troppo fastidio. Se però stai nuotando al largo, lontano dal piscio degli infanti, rischi di beccarti una rasoiata da una moto d’acqua, o di romperti la testa con l’asta di un wind-surf, scivolata di mano a un neofita.
I primi 7-8- metri già sono più pericolosi. Ci sono calciatori e pallavolisti scatenati, che si scagliano pallonate manco fossero Holly e Benji. Per fortuna le troppe canne fiaccano le loro forze, e neanche i fresbee costituiscono un rischio eccessivo. Sono sempre molesti come un venditore ambulante di immaginette sacre, ma non rischi la vita.
Il problema vero è la battigia. Qui si concentrano le creature più stolte della storia del genere umano: i giocatori di racchettoni. Con palle da tennis, appesantite dal contatto con l’acqua (ma che dico appesantite, rese letali), passano pomeriggi interi in una specie di trance da scambio tennistico. Splock…splonck…stunf…stung. Rincoglionisco io che ascolto da una certa distanza, figurati loro. Più ferali delle palle, sono le racchette di legno e i loro manici. Li brandiscono come spadoni in battaglia, noncuranti del passaggio dei bimbi, che arrivano giusto all’altezza del loro braccio, pronto a sferrare un rovescio formidabile. Insomma quelli coi racchettoni sono dei coglioni fatti e finiti.
La messa a repentaglio dei crani dei passanti non è un fatto sporadico, e quando fanno correre concretamente il rischio, non battono ciglio. Di più! Dal momento che sono in vacanza e sono perpetuamente fatti di erba, la racchetta vischiosa gli può scivolare dalla mano bagnata e finire dritta nei denti di qualche altro innocente. Ma loro sono imperturbabili.
Bisogna trovare un rimedio. E un semplice divieto per editto disattento non è sufficiente.
Si potrebbe costruire dei mega-alberghi al posto della pineta e cambiare i connotati del turismo nella zona.
O dispiegare l’esercito per far rispettare un espresso divieto, munendo i militi di seghe elettriche…