sabato 28 maggio 2011

Il popolo (è) bue – Parte seconda

E va bene, lo ammetto, il pezzo sul popolo bue era solo una scusa per parlare male dei giornalisti. Anche i riferimenti a Gesù di Nazareth o ai pogroms erano piuttosto pretestuosi. In realtà, in tutti i casi, una più accurata ricognizione storica ci può raccontare della irresponsabilità delle classi dirigenti e dei suoi manutengoli. Eccetto che per i fans di Mino Reitano e dei Negramaro, le persone sono in grado di compiere scelte razionali e di buonsenso. Sono i governanti che aizzano facili odii e radunano branchi efferati di aguzzini.

Una volta smaltito il mio senso di colpa per aver fatto una generalizzazione impropria, ritorno alla mia abituale scuola di denigrazione, prendendomela con una tipologia antropologica per volta: oggi è il turno dei giornalisti DE sinistra+loro lettori affezionati. E la mia lectio denigratoria prenderà le mosse da un brano tratto da Repubblica di sabato 28 maggio 2011 a firma di Filippo Ceccarelli (“Su Facebook gli italiani chiedono scusa a Barack per il Cavaliere spudorato”). Il canone letterario della “Irresistibile Requisitoria Ultimativa Contro Silvio B.” ha ormai fatto il suo tempo, ripropone sempre gli stessi ingredienti (la stessa patetica scansione di indignazione/qualunquismo/confusione intellettuale/assenza di prospettiva politica), ha perso tutto lo smalto. Come ogni sequel, dunque, delude. Come ci hanno deluso le imitazioni di Pierino, e le parti II dell’Allenatore nel Pallone e Febbre da Cavallo.

A un certo punto del pezzo, il nostro tardo-anti-berlusconiano scrive: “Tornano in mente lo strillo davanti alla regina Elisabetta, i complimenti fuori luogo a Michelle Obama, le spiritosaggini da playboy con la presidente finlandese, le disquisizioni sulla bellezza della conquista femminile davanti a Zapatero, il mimo di un fucile mitragliatore rivolto a una giornalista russa, un leggio clamorosamente abbattuto alla casa bianca per andare ad abbracciare Bush, la richiesta in diretta di numero telefonico a una graziosa annunciatrice di una televisione del Maghreb”.

Verrebbe da chiosare con un solenne e ben scandito: “e sticazzi?”. Scusa, Ceccarelli, ma di cosa stai parlando? Tu, e quei cretini che hanno chiesto scusa a nome dell’Italia a un tale che amano solo perché è un uomo di colore stranamente potente, ma che per le sue innumerevoli cazzate non ha mai chiesto scusa a nessuno, di che cosa state parlando? Niente da fare, questa è una tipica manifestazione della S.T.S.S. (Sindrome Tricologica da Superficiale DE Sinistra).

Tutte le gag menzionate sono sciocchezze senza importanza, che solo il conformismo da processione di questo paese può mettere negli annali della vergogna. Altri più saggi dimenticherebbero dopo pochi secondi. Anche gli avversari più accesi, solo se saggi e con qualcosa da dire. Ma la sinistra popolare di questo paese, che si riempie la bocca di parole d’ordine prive di significato come “noi semo la ‘bbbase” e “volemo er ricambio ‘gggenerazzzionale”, accompagna feretri quando fa politica, e se diventa stranamente allegra vuol dire che ha bevuto Tavernello mischiato a hashish tagliato con la crema di scarpe, e in capo a un paio d’ore starà male peggio di prima.

Non sorprendiamoci se poi Giuliano Ferrara tira fuori una storia tipo: “Silvio è il San Francesco della modernità. Riscopre il potere del riso, dissacra la pompa lugubre dei pre-potenti, invita alla gioia e alla vita”, e cose di queste genere. Se qualcuno me lo chiede, HA RAGIONE FERRARA! HA RAGIONE FERRARA!

P. S. e fu così che anche stavolta, per andare appresso alle innocue amenità di un coglione coi soldi, che non fa male a nessuno, ci siamo persi una cosa che valeva la pena denunciare con tutta l’energia che voi, intellettuali con la S.T.S.S., utilizzate solo per un paio di corna in una foto di gruppo: Borghezio, quell’otre gonfio di merda, ha definito Vladic, il macellaio nazista di Srebrenica, un “eroe nazionale”. E Mladic, il macellaio nazista di Srebrenica, si è aggirato per 15 anni indisturbato per il suo paese, anche mentre l’amico degli afghani, presidente degli Stati Uniti, ma Nero, veniva premiato col Nobel per la pace. Buon sonno, compagni.

sabato 21 maggio 2011

Il popolo (è) bue – parte prima

Popolo-bue è un’espressione intorno alla quale non faccio grosse obiezioni. Figuriamoci! Se non fosse che il bue, essendo un animale privo di autoriflessività, non può non fare quello che fa. Cioè niente di particolare. Asseconda solo i propri istinti. In realtà, l’uomo è una creatura peggiore e abitualmente cede alle peggiori tendenze racchiuse dentro di sé, andando ben oltre il mandato biologico assegnato al resto delle creature prive di coscienze.

Per avere una riprova di quanto dico, basta andare velocemente con la mente a migliaia di fenomeni irrazionali: per dirne solo alcuni, i giochi gladiatorii e le corride, i pogroms antisemiti, i sacrifici umani delle sette sataniche, la partecipazione ai reality show, ascoltare Mino Reitano e i Negramaro. E questo è solo un piccolo saggio di una potenzialmente infinita rassegna di imbecillità.
Di solito, quando si vuole spiegare che la gran massa della gente è piuttosto stupida le menti più colte e raffinate mettono in mezzo la storia di Gesù di Nazareth e della cecità dei gerosolimitani che preferirono far crocifiggere Dio sceso in terra, salvando la vita a un manigoldo. Io leverei di mezzo questo exemplum che puzza di incenso e zolfo. In fondo che avrebbero dovuto fare i convenuti a quell’appuntamento con la storia? Se la scelta era quella tra un tipo eccentrico che si proclamava figlio di dio e un buon capo rivoluzionario e guerriero…

In tempi passati a quelli che si credevano Napoleoni veniva riservato il manicomio…a pensarci bene questa storia della auto-proclamazione della propria divinità ha sempre riscosso molto favore, tributando acclamazioni entusiaste e garantendo brillanti carriere. Vedi la storia del nostro Presidente del Consiglio che, ancora prima di prendersi beffe di quel dilettante di Strauss-Kahn, diceva di essere “l’Unto del Signore”. Forse il dispositivo psicologico che si genera nella maggioranza della gente è: “Nessuno può spararla così grossa e sperare di farla franca. Sarà vero, allora!”.

Scusatemi per la lunga digressione, ma era dovuta. Soprattutto alla luce del fatto che in questi giorni, a Lecce, delle allegre donnine che a quel tale di Nazareth dedicano la vita si stanno rendendo ridicole agli occhi dei cittadini con un po’ di sale in zucca (ma quanti saranno mai?) di questa benedetta città. Chiuso.
Torniamo a noi. Cosa volevo dire? Che il popolo è caprone. Già, ora ricordo. Ma non è che questa discussione vuole portarmi a nulla. Brecht ammoniva i rivoluzionari comunisti a non disprezzare mai il proprio popolo. Si vede che era un’abitudine abbastanza radicata tra di loro. Avranno avuto dei buoni motivi, che, però, mal si accordavano alle loro premesse antropologiche sulla naturale bontà degli esseri umani. Pensate che l’argomento sulla stupidità di intere nazioni è così fondato che insigni giuristi chiedono di istituire l’habeas mentem, vale a dire il diritto all’autonomia cognitiva, alla capacità del soggetto di controllare, filtrare e interpretare razionalmente le comunicazioni che riceve.

Qualche commentatore politico, di questi spiriti eletti anti-berlusconiani che scrivono su illuminate testate liberali, ha stigmatizzato gli impressionanti numeri dei candidati alle ultime elezioni comunali di Napoli e Milano. Immaginate decine di migliaia di semi-analfabeti che sperano intensamente di cominciare da qualche parte una folgorante carriera politica, costellata di cazzeggio e figa a buon mercato. “Ma come” osservano scandalizzati e traditi i nostri intellettuali anti-berlusconiani “ci eravamo messi d’accordo che facevano tutti schifo, tutti erano uguali, come in un film di Alberto Sordi, e poi fate comunella coi corrotti, e vi mettete in fila per entrare nella Casta?”. Vorremmo mostrare a questi giornalisti le falle macroscopiche delle loro reprimenda, ma lo faremo alla prossima puntata. Per ora, consigliamo loro, invece, di iscriversi alla lista d’attesa il più in fretta possibile.

lunedì 9 maggio 2011

Clientele di destra e clientele spelacchiate di sinistra

Aveva ragione il grande vecchio della canzone d’autore italiana, De Gregori, quando deprecava quelli che dicono “tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera”, che vogliono ottenere solo uno scopo: “convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera”. Mica sono tutti uguali, loro, i politici. Senza scomodare i teorici come Bobbio o Revelli, arrovellatisi intorno al dilemma “destra-sinistra”, c’è un terreno su cui si misura con patente evidenza che destra e sinistra nel nostro paese sono due cose radicalmente diverse.

Questo terreno è la pratica della clientela. Lungi dall’essere abbandonata con la fine della Prima Repubblica, la clientela è un campo dissodato con cura, in cui prosperano rigogliose le antiche generazioni politiche del Paese e si formano i virgulti delle nuove. E non vi disorienti il paragone con la ruralità, perché la clientela non è un luogo di arretratezza e conservazione, ma vi si applicano e si ricercano anche, sempre, le tecniche più sofisticate. E allora con la Seconda Repubblica è nata la Clientela2.0, una clientela flessibilizzata, dinamica, al passo coi tempi. Non si concedono più pensioni di invalidità a finti ciechi vita natural durante, ma si chiede l’anima dei cittadini per contratti a tempo determinato. Persa la prospettiva del posto fisso, si è passati all’accumulazione di cariche e prebende molteplici.
Torniamo, però, all’oggetto precipuo dell’analisi. Come si differenziano destra e sinistra in questa antica e sublime disciplina?

La destra, anzi il centrodestra è l’erede di una gloriosa scuola, quella democristiana: efficiente e munifica, non lascia mai indietro nessuno. Dal palo della luce elettrica pubblica danneggiato alla buca nell’asfalto da riparare sotto casa, dall’impiego al figliolo nel “Consorzio Nullità e Parassitismo” all’ingresso in una facoltà di medicina per sua sorella; dal reperimento di un posto-letto per la vecchia zia malata al finanziamento per l’impresa di pompe funebri del cugino, dal certificato di malattia al permesso di circolazione in zona limitata…etc. etc. Immaginate un qualsiasi settore della vita associata, mediato dalla burocrazia, lì troverete una chance per mettere alla prova sagrestani e scaccini dei rappresentanti del popolo. E mai nessuno è rimasto scontento dall’essersi rivolto a un politico del centro-destra per una qualsiasi ghiotta occasione di aggiramento della legge e dei regolamenti.

Il centro-destra, infatti, adotta due dispositivi fondamentali: il primo è la moltiplicazione esponenziale del concetto di “corsia preferenziale”. Tutti abbiamo la possibilità di farcene creare una su misura. Il secondo, correlato alla moltiplicazione di questa forma spuria di facilitazione d’accesso all’amministrazione, è il camuffamento dei diritti nella categoria del privilegio e del favore elargito da mani generose. Così la destra. Così stupendamente la destra.

Nel centro-sinistra la musica cambia e il volto benevolo e paffuto della vecchia volpe democristiana assume i tratti affilati e smunti del lupo spelacchiato che non mangia da settimane. Capirete bene, 40 anni fuori dal governo nazionale, rendono i sensi più vigili e l’avidità più smodata. Così la metamorfosi secondo-repubblicana ha reso gli ex-comunisti particolarmente cattivi. Ma non, come sarete orientati a pensare, con l’avversario, ma con il compagno di partito, quello che non ha mai chiesto niente, che ha provato fino all’ultimo a non accettare il pane in occasione delle distribuzioni gratuite al circo, durante gli spettacoli gladiatorii. Ecco, nei confronti di questo tipo di persone non si effettuano prestazioni. A tutti gli altri sì. A quelli col curriculum peggiore, il posto migliore.

Ma siccome sono nuovi al gioco, i politici di sinistra te lo fanno pesare, il fatto che ti stanno facendo un favore (forse e male e con mille incespicamenti). E in più sono frustrati dal senso di colpa di stare rendendo il mondo un posto peggiore, invece che perfetto, come ci si riprometteva da ragazzi. All’amabilità della carezza cattolico-popolare, si sostituisce la rigida ascesi di stalinistica memoria dell’arruolamento forzato. Ne hanno ancora di strada da fare gli ex-comunisti per scrollarsi di dosso la puzza delle vecchie federazioni!

Infine, per dovere di documentazione, vi cito soltanto e velocemente la famosa variante “laico-socialista”. Né la burbera goffaggine del funzionario comunista ricoperto di funghi della muffa, né l’untuosa e complice accondiscendenza del baciapile, che sa di saponette Atkinsons. Le strade dei socialisti erano lastricate di mani furtive e acqua di colonia. Che classe! Roba d’altri tempi, dei bei tempi andati.

domenica 1 maggio 2011

I poveracci e quelle pompe di opulenza

È andato in onda lo spettacolo più impopolare e amato che possiamo immaginare. Il matrimonio reale è la dimostrazione plastica di ciò che voglia dire “combattere la povertà”. Non nel senso di contrastarla, diminuirne l’impatto sulla biografia di una nazione. Ma nel senso di cacare con solennità sui poveracci del pianeta, e alla faccia delle loro facce brutte sporche e cattive mettere pacchianamente in mostra pompe di sontuosa opulenza.Se fossimo in qualche città manifatturiera della Polonia di fine ‘800 o nella periferia losangelina degli anni ’70 avremmo assistito a ben altro spettacolo: rivolte, disordine, rabbia, distruzione.
E allora le costose stoffe degli abiti sarebbero state simbolicamente (e forse materialmente) inondate di vomito e diarrea. Così tutta la faccenda avrebbe raggiunto un punto di equilibrio. All’ingiustizia della bellezza per pochi avrebbe corrisposto una bruttura generalizzata, la purificazione proveniente dall’abiezione che viene in superficie, senza che nulla che possa trattenerne l’impeto. Ma i tempi sono cambiati. Nessuno si rivolta più nel nord del mondo. Molti penseranno che anche nella iattura suprema di essere precari, operai o insegnanti, ti è andata sempre meglio che a quei poveri disgraziati che alle loro feste di nozze, a poche miglia da Khandahar o Misurata, possono avere i confetti a condizione che vengano lanciati dai caccia occidentali. Così l’unica rivolta alla quale abbiamo assistito è stata la rivolta muta e frustrata della povera Pippa. No, questa volta non sto parlando dei miei passatempi sessuali. Pippa è diminutivo di Philippa, sorella minore di Kate, la sposa imperiale. Pare che avesse avvelenato il roast beef e il passato di piselli verdi alla sorella, per provare a rimpiazzarla. Parola di Antonio Caprarica, che verrà ricordato negli annali del giornalismo per aver prestato una delle performance più servili e untuose mai prodotte dall’umanità, nella sua lunga storia di servaggi e meschinità. Non c’era una cosa che non gli andasse a genio. Pure la calvizie del principe gli provocava abbondanti eiaculazioni. Per tornare a Pippa, solo l’intervento di un misterioso nobiluomo italiano, qualificatosi come Barone di San Ligorio e Marchese di Borgo Pace, gran ciambellano di Frigole e valvassore di Barbarano, è riuscito a farla desistere dai suoi propositi di omicidio, con una proposta di matrimonio.

Sull’identità del patrizio salentino si è scatenata una ridda di ipotesi. Giovanni De Stefano, esperto di sangue blu nella redazione di 20 Centesimi e allibratore per hobby, molto apprezzato dai rom di Campo Panareo, di stanza presso la ricevitoria Snai di via Taranto, è convinto che le ricerche si stanno restringendo e alla fine uno tra Paolo Perrone e Mario De Cristofaro si rivelerà essere l’enigmatico gentleman.
Per tornare alla rivalsa di Pippa, voglio solo dire che merita tutta la nostra comprensione. Provate a stare al suo posto. A chi non girerebbero i coglioni, avendo così vicine la gloria, la fama e la ricchezza, e non poterle acchiappare perché tua sorella, cioè una chiavica uguale a te, ti ha soffiato il posto al cinema accanto al principe. Magari la sera in cui si sono conosciuti, lei era andata nel bagno della discoteca a fare un smack smack al barista kenyota coi dreads. E intanto le future altezze reali si scambiavano i numeri di telefono. “Onore alla Pippa sconfitta”. Ricevo e rigiro un breve comunicato stampa di solidarietà dell’Ass. Giovani Avvocatesse Leccesi.

A proposito di marchette, il mio contratto milionario a 20 Centesimi mi impone di ricordare a tutti voi che il giornale presto sbarcherà sul web. 20 Centesimi, il giornale più amato dai lettori pigri perché ha solo 4 pagine, non sarà più disponibile nelle edicole o scroccabile dall’amico che lo compra. Pigri e scrocconi potranno sfogliarlo comodamente in casa dal proprio PC. È un bel passo avanti per la nostra intrepida redazione, che punta a centuplicare lettori, inserzionisti e scrittori satirici. E se Alberto Mello fa sapere che con le nuove prospettive commerciali del giornale è pronto a fare altri 6-7 figli; e se Francesco Lefons progetta di fondare una etichetta indipendente che produce solo rock-band al femminile (anche trans van bene); la pronta reazione di Paolo Perrone non si è fatta attendere: negli uffici del Comune di Lecce, oltre al sito di Facebook, verrà oscurato anche quello di 20 Centesimi.